24 dicembre 2010 ore 17.25
Il legno, la cartapesta, la carne - AUGURI per il S. NATALE 2010
24 dicembre 2010
ore 17.25
ore 17.25
A Pasqua, il Crocefisso non sopporta aggiunte: il legno è legno, le spine sono spine, i chiodi sono chiodi. La nudità di Lui e la brutalità nostra non si possono coprire: non c’è straccio di retorica che basti. A Natale invece, tutti Gli facciamo festa: in Suo Nome ci scambiamo gli auguri, coprendoci di una vernice di bontà compiaciuta, come se quel Bimbo avesse trovato una casa.
Ma la caverna ove Egli nasce non gliela hanno offerta gli uomini; gliel’ha offerta la montagna, che per secoli si è lasciata scavare dalle acque per riparare un giorno il Figlio dell’uomo, rifiutato dagli uomini.
Si può anche non vedere il Natale, scordare o ricordare a nostro modo, ciò che ci piace: fare l’Albero o il Presepio con o senza il Bambino o con un Bambino di carta, di legno, di celluloide; con un Bambino
che pare una bambola per i sentimentali, un mito per gli uomini forti.
Che l’incanto rimanga, per carità; che il pur tenue fi lo di poesia o di fede o di bontà rimanga! Io non voglio tagliarlo: sarei un sacrilego. Ma se penso che a forza di mettere assieme Gesubambini di cartapesta non vediamo più i bambini di carne, che possiamo far patire la fame a non so quanti milioni di bambini quasi fossero di cartapesta anch’essi; allora, - io mi chiedo se è buona cosa questo incantamento che ci procuriamo per distaccarci il cuore, questo cuore di carne, dal cuore di carne del Natale.
Molti trovano più comodo contemplare il Verbo invece di soccorrere, baciare, adorare il Verbo fatto carne in ogni povera carne. Ed ecco che questo Bambino nasce ogni giorno in una grotta di Cutro o di Melissa, in uno scantinato di Roma o di Milano, sotto i bombardamenti di Corea.
Lì dobbiamo fare il Presepio, lì inginocchiarci, lì cantare la ninnananna, mentre fuori crepita il mitra, scoppia la bomba, e c’è la fame, l’agguato, la donna perduta, il senzacasa, il ladro …
Questo Presepio che è un gingillo, questo Presepio di cartapesta, quasi lo odio.
Don Primo Mazzolari







