16 settembre 2010 ore 19.43
Laboratorio su Azione Cattolica ed affettività - 2 giorni con assemblea dei soci Come te nessuno mai
16 settembre 2010
ore 19.43
Azione Cattolica Italiana - diocesi di Ascoli Piceno
COME TE NESSUNO MAI - 2 giorni con assemblea dei soci
Laboratorio su Azione Cattolica ed affettività
a cura di Luca Marcelli

Strutturazione del Laboratorio
1- lancio con visione del filmato: "anche se riceviamo certe risposte, noi continuiamo a fare domande"
2- provocazione sulle diapositive "L'affettività è non è questione di numeri". Le diapositive possono essere interpretate da due punti di vista:
a) dal punto di vista dei soci che svolgono servizio educativo: come la tematica dell'affettività viene affrontata e/o trattata nel cammino associativo?
b) dal punto di vista dei soci che non svolgono servizio educativo: vita affettiva e vita associativa quale equilibrio per una crescita di entrambe?
3- lettura insieme del testo di approfondimento.
4- idee in vista dell'assemblea diocesana

IO AMO
testo di approfondimento.

Fonti:
Il presente contributi è liberamente tratto da:
ANGELO PANZETTA, “Io amo?”, intervento tenuto in occasione di “L’amore conta”, seminario sulla vita affettiva dei giovani e dei giovanissimi, 30-31 gennaio 2010, Roma
RAFFAELLA IAFRATE, Introduzione all’ambito: vita affettiva, intervento tenuto in occasione di “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”, IV convegno ecclesiale nazionale, Verona 16-20 ottobre 2010.
VITO IMPELLIZZERI, Amami con tutto te stesso, intervento tenuto in occasione di “Disegni di Affettività”, seminario, Terni 5-7 febbraio 2010

PER UNA DEFINIZIONE
Il termine “affettività”, volendo utilizzare alcune suggestioni terminologiche, viene dal verbo “afficio” che indica un aspetto importante della persona. Tale verbo richiama più o meno questo tipo di esperienza umana: qualcuno o qualcosa “mi colpisce” ed io “mi metto in cammino per incontrarlo”. L’affetto ha una direzione ed esprime un legame con l’altro. L’esperienza affettiva mi supera e mi apre all’ignoto dell’in-contro (ossimoro che unisce i due concetti opposti di in = verso e contro) e della relazione, sia nei suoi aspetti di vincolo (re-ligo), sia di riferimento di senso (re-fero). L’affettività rimanda a una passività e a un’attività. La passività nella misura in cui “sono colpito” e l’attività in quanto “mi metto in cammino verso l’altro”. Potremmo dire pertanto che l’affettività è un pellegrinaggio verso l’altro, una spinta verso l’altro. Il nostro universo affettivo è una potente forza vitale, una spinta ad entrare in relazione, a crescere e vedere ingrandito il nostro mistero personale, nonché la possibilità di contribuire all’allargamento del mistero personale dell’altro.
Le numerose interazioni che costellano la vita quotidiana delle persone che si amano, si possono comprendere appieno solo ricondotte a ciò che lega i soggetti a monte alla loro storia comune. Caratteristica della relazione, a differenza dell’interazione contestualizzata nel qui ed ora, sono dunque i tempi lunghi, è la storia personale e sociale che lega un uomo e una donna, due amici, un genitore e un figlio, un educatore e un discepolo. Parlare di relazionalità della vita affettiva significa pertanto uscire da una visione egocentrata e proiettare gli affetti in una prospettiva, che non può essere esaurita nell’istante dell’interazione di scambi immediati e di bilanci frettolosi, come quello che giudica la bontà di una relazione in base alla gratificazione immediata o da ciò che se ne ricava.

LA SINTESI, IL MIX
Questa forza vitale, costitutiva del mistero della persona umana, quale posto ha nella nostra vita? Quale posto all’interno del mistero della persona umana? Se volessimo utilizzare un linguaggio semplice, potremmo dire che l’essere umano somiglia a una torta, fatta di diversi ingredienti. Quando l’uomo è incamminato in modo evolutivo verso la maturità? Quando cresce bene come persona? Evidentemente quando riesce ad elaborare un mix ordinato di questi condimenti indispensabili: la corporeità, la razionalità, la volontà libera e l’affettività.
Se un soggetto dovesse privilegiare nella sua formazione personale un aspetto a danno degli altri, il suo universo personale sarebbe sbilanciato. Dobbiamo mettere insieme in modo ordinato il tutto. Se si sottolineasse la dimensione della corporeità si cadrebbe nel corporeismo. Sarebbe sbagliato prendere la razionalità e farla diventare esorbitante nella nostra vita: si cadrebbe in una sorta di razionalismo, un uomo che non si occupa delle passioni del cuore, della fatica delle grandi scelte. Parimenti chi considera troppo importante la dimensione della libertà, la volontà libera, cadrebbe in una sorta di decisionismo. Dare uno quindi spazio alla passionalità, che pure rappresenta una dimensione costitutiva del mistero della persona umana? Quando i sentimenti e le emozioni diventano gli unici criteri di vita, infatti, è facile incappare in una sorta di “emotivismo pseudo-etico”. Noi oggi ci troviamo davanti ad un grave rischio: assistiamo ad uno sbilanciamento a favore degli aspetti emozionali a discapito di quelli valoriali con un’affettività sradicata dall’etica, da una prospettiva di senso, percepita come pura saturazione di un bisogno, senza direzione e scopo, ridotta a puro sentimentalismo, a “ciò che si sente”, si prova. Si sente spesso dire che è stata fatta una cosa perché “si sentiva” sulla base della propria esigenza del momento. Le emozioni possono essere considerate una regola immediata dell’agire. Quando il criterio delle scelte è individuato nelle emozioni, nei sentimenti e nelle passioni, si corre un rischio serio, perché le emozioni sono fattori pre-liberi. Sono elementi che si realizzano in noi senza il concorso immediato della nostra ragionevolezza e della nostra libertà.

IL BENE DI CHI È COINVOLTO
Lo sforzo che dovremmo fare è quello di umanizzare l’affettività, di immettere questa forza vitale all’interno del progetto formativo integrale della persona. Quali possono essere i criteri fondamentali per il comportamento affettivo? Il criterio guida da prendere in considerazione è il bene delle persone coinvolte. L’esperienza affettiva chiama in causa le persone, dunque in tale esperienza è negativo tutto quello che non permette la crescita integrale della persona e il rispetto della sua dignità. I gesti del nostro comportamento affettivo, infatti, possono essere immediatamente valutati in base a questo criterio guida: il nostro agire nell’affettività è un bene quando è rispettoso del mio essere persona e del mistero della persona che ho di fronte!
Ma quand’è che viene rispettato e promosso il mistero della persona? Sono tre gli aspetti importanti del mistero della persona che possono, in qualche modo, specificare quell’unico criterio prima enunciato.
1. Il bene della persona è rispettato quando un comportamento affettivo contribuisce all’integrazione dell’io. Quando il soggetto che fa quell’esperienza esce fuori dall’esperienza stessa cresciuto nella sua capacità di amare, perché è riuscito ad integrare quella energia vitale in un progetto di vita. Quel comportamento ha permesso all’altro di diventare migliore. Si può diventare “più persona” quando si fa il bene. Il comportamento affettivo è buono quando contribuisce a questa integrazione dell’io.
2. Il comportamento affettivo è buono quando contribuisce all’apertura al “tu”, quando fa crescere la persona nella dimensione relazionale, che è anch’essa una dimensione costitutiva del mistero della persona. Di fatto la persona ha bisogno di aiuto ma nello stesso tempo può diventare grazia, dono. Nell’esperienza dell’apertura al tu, questo si realizza. L’affettività è un bene quando contribuisce alla maturazione delle persone e nello stesso tempo non la chiude in un isolamento ma lo apre a un tu, lo apre all’altro, al suo bisogno. L’affettività ha questa duplice funzione, mentre contribuisce alla crescita del soggetto, nello stesso tempo, lo spinge, lo apre alla relazione. Nella dimensione relazionale della sessualità diventa importante il linguaggio dell’affettività nella sua espressione corporea. Tale linguaggio dell’affettività contribuisce all’effettiva apertura all’altro quando è vero, quando non si dice di più o di meno di quello che si è, quando esprime anche la verità, la situazione oggettiva, in cui le persone si trovano. Il linguaggio della carezza, dell’abbraccio, del bacio nonché dell’unione, anche sessuale degli sposi, è un linguaggio che può essere vero o menzognero. Una carezza può essere un’esperienza di gratitudine: è un gesto celebrativo. Con l’abbraccio “faccio posto nella mia vita” perché tu possa entrare. Nel bacio condivido il respiro, che è il principio vitale, e la bocca, che è la sorgente prima del conoscere. Questo linguaggio può essere vero o menzognero, può essere motivato dall’amore e dall’apertura o essere segno di possesso e appropriazione. Una carezza, ad esempio, può essere un gesto di gratitudine o un segno in cui si dice che la persona ci appartiene. Un gesto di gratitudine può dunque trasformarsi nel più bieco gesto di attestazione del potere rispetto ad una persona. Il linguaggio dell’affettività non può essere possessivo. L’altro, cioè, non va cercato per appropriarsene, ma perché valore in se stesso. Delle persone, infatti, non ci si può appropriare, il mistero della persona non può diventare proprietà privata di nessuno. Anche nel più grande degli amori, l’altro è sempre un mistero, una terra consacrata. Il linguaggio dell’affettività non è solo un linguaggio di piacere né di possesso, ma un linguaggio di amore oblativo
3. Un terzo aspetto riguarda l’apertura al “noi”. L’amore vero non è mai “solitudine a due”. Una delle cose che la Trinità ci ha insegnato è che in due l’amore non basta. L’amore vero è quello nel quale due sono capaci di aprirsi ad un terzo. L’io-tu diventa noi. In un contesto di soggettivismo come il nostro questa è la parte più difficile da capire. In un contesto nel quale prevale la mentalità dell’autorealizzazione, risulta difficile capire il riverbero sociale dell’affettività. Se due amici si vogliono veramente bene e se due amanti vivono in profondità quell’essere una sola carne, non solo la loro esperienza va bene ma essi arricchiscono anche la Chiesa e l’umanità.

LA PERSONA GIUSTA VS IL DONO
La cultura comune oggi riconosce il fidanzamento come “una possibile via esperienziale” verso la persona giusta, da optare accanto alla convivenza e addirittura al matrimonio. Ecco l’altra affascinante alterità dal mondo: il senso del tempo. Il tempo come progetto, come vocazione, come itinerario è patrimonio cristiano oggi non immediatamente condiviso, per la cultura comune il ritmo del tempo va ricercato in una continua fluidità del prima e poi, è non detto che “dopo” non si ritorni “di nuovo”, perché ogni tempo ha la sua storia, il suo inizio e la sua fine, ma non è necessario che abbia anche un fine, che faccia parte di un tutto, il tutto sono solo io, la mia vita che cambia, ma nessun cambiamento è per sempre, è per ora! L’antropologia cristiana ci aveva insegnato con s. Agostino la esperienza del cuore inquieto e del difficile equilibrio da raggiungere tra l’eterno desiderare e il desiderio dell’eterno, la vita era “aperta” come senso, era strutturalmente aperta, in attesa di un compimento eterno, ma se la vita diventa solo esperienza non è più la vita ad essere aperta ma il tempo, il tempo è aperto perché cambia! La vita dovrebbe essere aperta perché accoglie, ospita, cerca, chiede, attende … Il tempo e la vita sono la nostra ricca alterità cristiana dove recuperare la novità cristiana del fidanzamento. L’apertura alla novità cristiana è altra dal fare esperienze nuove, non sono fili che cercano se stessi in modo nuovo, sono fili che cercano altri fili perché la veste risulti nuova integralmente. Non è solo mia, è anche mia, non è solo tua, è anche tua.

LA GRAZIA DEL FIDANZAMENTO, IL TEMPO VITALE DELL’ANCHE
L’alterità recuperata tra tempo e vita, ovvero il tempo come grazia, ci permette allora di accogliere nel luogo cristiano e sociale del fidanzamento la presenza dell’Altro, ovvero l’irriducibilità a due del mistero dell’amore, io ti amo, ed amandoti siamo aperti a Dio che è Amore, ovvero l’amare è aperto all’Amore, non è semplicemente esperienza è anche grazia. L’amare è esperienza ed anche grazia dell’Amore. Questo rende la vita continuamente, quotidianamente aperta, bisognosa di ridefinirsi ogni giorno nella forma dell’unità. Perché la forma che si “impara” nel fidanzamento è la “forma aperta” non conclusa, non chiusa, aperta “verso” e aperta “per”. Progetto e alterità diventano il nuovo luogo. L’amata/o è il nome della mia fidanzata ed anche il nome di Gesù. Per questo il fidanzamento è grazia, perché ti viene donato nel nome di Gesù il nome della persona che ami.

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